La guerra navale

La tecnica, nelle battaglie tra galee, era assai semplice: si tentava di speronare l’avversario, o di frantumare i remi dell’imbarcazione nemica, una volta immobilizzata, la nave era preda del tiro degli archibugieri e dei balestrieri avversari. Quando le armi da tiro avevano scaricato gran parte delle munizioni, partiva la fase d’abbordaggio vera e propria, effettuata tramite rampini che avvicinavano le navi e permettevano l’uso di ponti mobili per lo “sbarco”. La fase successiva all’abbordaggio era sicuramente quella più cruenta. Molti combattimenti si riducevano ad una carneficina senza quartiere, determinata dagli angusti spazi; inoltre, molti di coloro che cadevano feriti in mare, finivano affogati spinti a fondo dalle loro pesanti armature. Differenza fondamentale tra i le linee turche e quelle cristiane era quella che, se gli occidentali contavano anche sul supporto militare dei rematori, questo non poteva avvenire nelle navi turche, dove la maggior parte dei rematori erano cristiani.

Per quanto riguarda l’artiglieria, si tratta ancora di una fase evoluzionistica per le marine militari. I pezzi d’artiglieria erano disposti a prora e per chiglia, ma non essendo spostabili sparavano solo in direzione di rotta. Le artiglierie erano generalmente composte da tre a sei pezzi, per nave, da 50 l’uno (la misura è il peso in libbre del proiettile che sparava il pezzo). Si tratta di batterie assai inferiori per potenza di fuoco se paragonate ai futuri velieri, che utilizzando le due murate per disporre i cannoni avevano a disposizione molta più potenza di fuoco.

Tutto quanto detto finora, rientra sempre nell’ottica della flotta cristiana, in quanto, le artiglierie musulmane dopo l’assedio di Costantinopoli, erano diventate di numero ridotto e di qualità assai scadente.

Oltre alle galee, le galeazze, furono le vere sorprese della battaglia di Lepanto. Più “alte” delle galee, e con numerose artiglierie disposte anche sulle murate, vennero usate per bersagliare le navi ottomane ad una distanza dalla quale era difficile rispondere, e successivamente dopo essere state spostate a rimorchio (troppo pesanti per essere manovrate da sole) dalle altre galee, vennero utilizzate come corpo di “artiglieria galleggiante”.

I Cantieri Navali

Il termine darsena, ossia il luogo reputato per eccellenza alla costruzione marinara, proviene dall’arabo dar as-sina, ossia “casa della costruzione”.

Il legname era una delle discriminati maggiori per la qualità di una imbarcazione. Tra i legnami dedicati alle parti più delicate della nave(gli alberi, le antenne, il fasciame e le pulegge) venivano prediletti il legno di noce, abete e quercia, mentre per altre parti (come ad esempio paratie, ponti e scale) si utilizzavano pioppo, olmo e faggio.

Tutti coloro che lavoravano nei cantieri navali veneziani (calafati, maestri d’ascia fonditori e calatori), avevano l’uso di tramandare alle generazioni successive la propria arte, il cui perfezionamento creava il divario di qualità tra le flotte cristiane e quelle musulmane. Quando l’unione occidentale verrà messa ancor più in discussione con la divisione tra protestanti e cattolici, molti ingegneri olandesi ed inglesi, grazie agli alti stipendi promessi, andarono a realizzare opere navali nei cantieri di Istanbul. Nonostante questo, il “gap” qualitativo tra le flotte da guerra veneziane e quelle turche non fu mai veramente colmato dagli islamici.

Autore: Dario Nanni